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Da API Catalog a Use Case Catalog

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Perché la governance deve cambiare prospettiva

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16 gen 2026

Negli ultimi anni, molte organizzazioni hanno fatto passi importanti nella gestione delle API. 

Cataloghi centralizzati, documentazione tecnica, lifecycle definiti, ownership chiara: oggi l’ecosistema API è, almeno sulla carta, più ordinato e governabile rispetto al passato. 

Eppure, chi lavora quotidianamente con le API sa che qualcosa non torna. 

Nonostante tutti questi strumenti, l’onboarding resta complesso, il riuso è spesso inferiore alle aspettative e non è raro scoprire API duplicate o poco utilizzate. Il problema, però, non è (solo) tecnologico. È di prospettiva. 

La maggior parte dei cataloghi oggi è API-oriented: elenca le API disponibili e spiega come utilizzarle. 

Ma sapere che un’API esiste e come chiamarla non significa necessariamente capire quando usarla, in quale contesto ha senso adottarla e perché dovrebbe essere preferita ad altre. 

È qui che emerge il limite di un approccio esclusivamente API-oriented. 

Le API vengono trattate come oggetti tecnici isolati, mentre nella realtà fanno parte di un ecosistema più ampio, in cui il valore nasce dalla loro combinazione per risolvere problemi concreti. Da questa consapevolezza nasce l’esigenza di spostare il punto di vista: non più un catalogo centrato solo sulle API, ma un modello use case-oriented

Un cambio di paradigma che non riguarda la documentazione “in più”, ma il modo stesso di governare e rendere comprensibile un ecosistema API. 

Il limite del catalogo API-oriented

Un catalogo API-oriented è estremamente efficace nel descrivere componenti

Ogni API ha il suo spazio, la sua documentazione, le sue specifiche tecniche. Il problema emerge quando dall’elenco delle parti si passa alla risoluzione di un bisogno reale. 

Nella pratica, infatti, i problemi che le applicazioni devono risolvere raramente coincidono con l’uso di una singola API. Più spesso richiedono una composizione di API, da usare in una sequenza precisa, con dipendenze, precondizioni e vincoli che non sono evidenti guardando le API una alla volta. 

Un esempio semplice rende l’idea. 

Immaginiamo di voler “bere un caffè”. Un catalogo API-oriented ci permetterà di trovare facilmente le singole istruzioni: macinare il caffè, preparare la caffettiera, scaldare l’acqua, versare il caffè. Tutte informazioni utili, ma frammentate. Quello che manca è la visione d’insieme: la sequenza completa di azioni e le condizioni necessarie perché il risultato finale sia effettivamente raggiungibile. Cercare “macina il caffè” o “prepara la caffettiera” non è la stessa cosa che cercare “bere un caffè”. Nel primo caso stiamo esplorando funzionalità isolate; nel secondo stiamo cercando un obiettivo, un risultato. 

Traslando questo concetto nel mondo delle API, il limite diventa evidente. Un catalogo API-oriented aiuta a capire cosa fa una singola API, ma non aiuta a comprendere come l’ecosistema API risponde a un’esigenza concreta. Il valore non è nella singola chiamata, ma nella loro orchestrazione

Ed è proprio questo scollamento tra componenti tecnici e obiettivi di utilizzo che rende l’ecosistema difficile da comprendere, governare e riusare. Per superarlo, serve un livello di astrazione diverso, capace di mettere al centro non l’API in sé, ma lo scopo per cui viene utilizzata. 

La svolta: lo use case come prima classe della governance

Per superare i limiti di un approccio esclusivamente API-oriented è necessario introdurre un nuovo livello di astrazione nella governance: lo use case

Parlare di use case in questo contesto non significa aggiungere documentazione o duplicare informazioni già presenti nelle specifiche tecniche. Significa spostare il focus dal cosa fa un’API al perché esiste e in quale contesto ha senso utilizzarla, soprattutto in relazione alle altre API dell’ecosistema. È lo stesso cambio di prospettiva che porta a considerare le API come prodotti digitali, valutati non solo per le loro funzionalità, ma per il valore che generano quando vengono utilizzati per raggiungere un obiettivo concreto. 

Lo use case diventa così una vera e propria prima classe della governance. È l’elemento che collega le esigenze applicative alle API disponibili, rendendo esplicita la logica con cui più API devono essere utilizzate insieme per raggiungere un obiettivo. In questo modello, le API restano fondamentali, ma non sono più il punto di partenza: sono i mattoni che compongono un risultato più ampio. 

Adottare una governance use case-oriented porta benefici concreti. Riduce la creazione di duplicati, perché rende immediatamente visibile se un certo bisogno è già coperto. Favorisce il riuso, perché chiarisce in quali scenari un’API è stata progettata per funzionare. Migliora l’onboarding, perché chi entra nell’ecosistema non deve più ricostruire mentalmente come combinare le API, ma può partire da obiettivi già esplicitati. 

In questo contesto, l’esistenza di uno standard come Arazzo rappresenta un passaggio naturale. Non introduce il concetto di use case, ma fornisce un linguaggio condiviso per descriverlo in modo strutturato e coerente, rendendo esplicite le relazioni tra API, le sequenze di utilizzo e il contesto in cui assumono significato. È il tassello che permette di rendere questa visione non solo chiara, ma anche uniforme e scalabile. 

Lo use case, quindi, non è un’astrazione teorica, ma il punto in cui governance, comprensione e operatività si incontrano. È il modo in cui un ecosistema API smette di essere una collezione di interfacce e inizia a comportarsi come un sistema progettato per risolvere problemi reali. 

Un approccio consolidato alla governance degli use case

Considerare lo use case come elemento centrale della governance non è una scelta che nasce per rispondere a una tendenza recente, ma un approccio che si consolida nel tempo quando l’ecosistema API cresce e diventa più complesso. 

In ApiShare, lo use case è sempre stato il punto di collegamento tra applicazioni e API. Non come concetto astratto, ma come modo concreto per rendere esplicito per quale motivo un’applicazione utilizza una o più API e in quale contesto queste API generano valore. Questo ha permesso di mantenere nel tempo una visione più chiara dell’ecosistema, anche al crescere del numero di API, prodotti e consumer coinvolti. 

Un approccio di questo tipo consente di governare l’ecosistema partendo da un numero limitato di obiettivi funzionali, anziché da una molteplicità di interfacce tecniche. Le API rimangono autonome, con la propria ownership e il proprio ciclo di vita, ma trovano significato all’interno di use case espliciti, condivisi e facilmente esplorabili. 

L’introduzione di un formalismo standard per descrivere questi use case rafforza ulteriormente questo modello. Standardizzare non significa irrigidire, ma rendere coerente ciò che già esiste: chiarire le relazioni tra API, rendere le sequenze di utilizzo comprensibili e portabili, e permettere a chiunque – team tecnici, di prodotto o di piattaforma – di leggere l’ecosistema con la stessa chiave interpretativa. 

In questo senso, lo use case non è un livello aggiuntivo, ma un elemento strutturale della governance. È ciò che permette di passare da una gestione focalizzata sulle singole API a una visione realmente sistemica, in cui il valore dell’ecosistema è immediatamente leggibile e governabile nel suo insieme. 

Verso un’API governance pronta per l’AI

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un cambiamento profondo nel modo in cui le API vengono utilizzate. Non sono più solo strumenti invocati da sviluppatori, ma sempre più spesso diventano componenti attivate automaticamente da sistemi intelligenti, agenti e workflow guidati dall’AI. 

In questo scenario, il problema della comprensione assume un peso ancora maggiore. Un’AI può tecnicamente chiamare un’API, ma non può intuire il contesto in cui utilizzarla, né ricostruire in modo affidabile una sequenza di chiamate a partire da informazioni frammentate. Senza una descrizione chiara del “perché” e del “quando”, l’orchestrazione diventa un esercizio di tentativi, più che un processo deterministico. 

Un approccio use case-oriented, supportato da un linguaggio standard, risponde esattamente a questa esigenza. Rendere espliciti gli obiettivi, le sequenze e le relazioni tra API significa abbassare l’ambiguità, aumentare l’affidabilità e preparare l’ecosistema a essere utilizzato non solo da persone, ma anche da sistemi automatici. 

In altre parole, la sfida non è rendere le API più potenti, ma renderle più comprensibili. Perché se oggi un ecosistema API non riesce a spiegare chiaramente a un essere umano quando e perché usare le proprie API, difficilmente potrà aspettarsi che un’AI lo faccia al posto suo. 

Ripensare la governance in chiave use case-oriented non è quindi un esercizio teorico, ma un passo necessario per costruire ecosistemi API realmente pronti per il futuro.

Giorgio
Giorgio
Scritto da Giorgio Sismanidis
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